Concetti linguistici:
1. Il segno:
lingua: codice formato da segni
significato: concetto
significante: suono, rappresentazione linguistica
circuito della parola: Mittentesignificatosignificantecodicesignificantesignificatodestinatario
L’idea di un suono è legata a un concetto.
2. Langue et parole:
La langue è il patrimonio mnemonico virtuale, la competenza linguistica, la lingua come sistema.
La parole è l’atto comunicativo linguistico, è il testo, è attuale, è psicologica ed è arbitraria
Attuando la comunicazione c’è un passaggio dalla langue alla parole, ovvero dalla virtualità all’attualità, dal paradigma al
sintagma.
Il paradigma è la lista di potenzialità, di concetti che ho a disposizione. Il testo fa sempre riferimento al paradigma.
Dicendo qualcosa dico anche il resto, cioè dicendo qualcosa lo distinguo da quello che non ho detto e quindi faccio
riferimento anche a al non detto. In breve dicendo s’istituisce la distinzione detto/non detto, creo due entità non una sola.
La negazione attualizza il paradigma e non il sintagma. Il sintagma è il singolo atto di parola, appartiene alla parole.
3. Semema e sema:
Il semema è l’aggregato di significati che hanno un significante comune. Ognuno di questi significati si chiama invece
sema.
4. Strutture intermedie:
La fonetica
La semantica
La morfologia
La sintassi
5. Lo schema comunicativo:
Mittente: colui che parla
Destinatario: colui che ascolta
Messaggio: ciò che è detto
Codice: il sistema di segni
Canale: il mezzo fisico atto al passaggio del messaggio
Referente: oggetto fisico a cui il messaggio si riferisce
Le funzioni:
mittente: emotiva
destinatario: conativa, suasoria
canale: fatica
codice: metalinguistica
referente: referenziale
messaggio: poetica
In un testo le funzioni sono di solito tutte presenti, magari con una certa gerarchia. Per esempio: “Veni vidi vici”. La
funzione dominante si chiama, appunto, dominante.
Flessibilità del testo:
La linea sintagmatica è composta da due linee: quella del significante e quella del significato. Un testo è una traduzione
del senso che bisogna ritradurre per leggerlo o ascoltarlo, cioè c’è una doppia traduzione in un atto comunicativo.
1. Riduzione:
Rielaborare un testo implica dei passaggi: testo1sensotesto2
Nodi concettuali: identificazione
Filtro della cultura: registri, sottocodici culturali: uno stesso contenuto può essere filtrato in diversi modi. Per esempio
una storia d’amore può essere un testo erotico o romantico o psicologico. In una riduzione bisogna mantenere il registro
originale.
Passaggio dal senso al testo attraverso tre livelli:
1) concetto
2) ampiezza: la lunghezza di un testo è flessibile.
3) mediazione linguistica (sottocodici)
Riduzione proporzionale: tratto i diversi nodi concettuali nello stesso modo
Riduzione finalizzata: elimino alcuni nodi concettuali o intervengo sul registro
Ridduzione fisarmonica: stabilisco una gerarchia entro i nodi concettuali
2. Amplificazione:
Aggiunta di parole, non di senso.
Amplificazione retorica: ripetizione di sinonimi (lubrichi e vergognosi)
Amplificazione didattica: aggiungo spiegazioni
Amplificazione proporzionale: tratto i nodi concettuali allo stesso modo
Amplificazione selettiva: amplifico alcuni nodi concettuali più di altri
3. Denotazione, connatazione, registri:
Il paradigma contiene i diversi registri potenzialmente utilizzabili. I testi comici cambiano passano da un registro a un
altro.
Termini denotativi: puramente descrittivi
Termini connotativi: hanno un’aura psicologica o sociale.
Il paradigma sinonimico dipende dalla scelta del livello sociale.
4. Tipologia delle traduzioni:
1) Traduzione intralinguistica: passaggio da un testo a un’altro testo della stessa lingua (variare il sottocodice, sinonimi,
riduzione/amplificazione)
2) Traduzione interlinguistica: passaggio da una lingua a un’altra
3) Traduzione semiotica: passaggio tra testi non linguistici
4) Traduzione strutturata: cambio la dominante.
Tipi di sottocodice:
1) microlingue: sottocodici scientifici
2) sottocodici culturali: slang, gergo
3) sottocodici di pura sinonimia lessicale: non cambiano il registro
Testo descrittivo: sintetizza mentalmente una situazione argomentativa
Testo narrativo: presuppone le coordinate tempo/spazio
Fondamenti di metrica:
Componenti tecniche del significante: ritmo, rima, strofa, ricorsi vari.
Vocali:
vocali piene: a, e, o
semivocali: i, u
Dieresi: due vocali consecutive che valgono due sillabe. (Es. “d’o/ri/en/tal/ zaf/fi/ro”)
Sineresi: due vocali consecutive che valgono una sillaba (mai all’uscita del verso)
Dialefe: due vocali consecutive ma separate da una pausa che valgono due sillabe (Es. “ciao Andrea”)
Sinalefe: due vocali consecutive ma separate da una pausa che valgono una sillaba (non c’è in caso d’accento, ma non è
condizionata dalla punteggiatura)
Cesura:
a minore: accento sulla 4° e 10° sillaba dell’endecasillabo
a moiore: accento sulla 6° e 10° sillaba dell’endecasillabo
Emisticchio: le due parti di verso divise dalla cesura
Anafora: figura retorica che consiste nella ripetizione di una o più parole all’inizio dei versi
Anadiplosi: stessa faccenda ma la ripetizione è alla fine dei versi.
Enjambement: il verso non corrisponde alla frase.
Verso sdrucciolo: con una sillaba in più
Verso piano: con le sillabe dovute
Verso tronco: con una sillaba in meno
La memoria fonetica dura pochi secondi, quindi più le rime sono distanti più sono incisive
Rima perfetta: identità di due unità fonetiche dall’ultima sillaba accentuata alla fine (Es. pianto, tanto)
Rima francese: identità di due unità fonetiche prima della sillaba accentuata
Rima interna: una parola finale di un verso rima una parola all’interno del verso successivo
Rimalmezzo: rima interno posta alla fine del primo emisticchio
Rima ad eco: alla fine del verso e all’inizio di quello successivo
La rima può essere povera o ricca, a dipendenza del numero dei foni ripetuti:
1 fono: bontà, città
3 foni: vita, smarrita
6 foni: muscolo, crepuscolo
Ciò che determina il valore della rima è anche: a) distanza, b) precisione, c) opposizione semantica
Rime imperfette:
Assonanza: identità delle vocali di due gruppi fonetici dall’ultima vocale accentuata alla fine (gatto, carro)
Consonanza: identità delle consonanti di due gruppi fonetici dall’ultima vocale accentuata alla fine (ballo, belli)
Omoteleuto: identità di due gruppi fonetic al di là dell’ultima vocale accentuata (pasto, costo)
Anadiplosi: ripetizione di un gruppo fonetico all’inizio di una parola (tentennare, barbaro)
Onomatopea: parola il cui significante riproduce il significato o è ad esso connesso. Le parole onomatopeiche sono
spesso anadiplotiched, di qui l’ipotesi secondo cui l’onomatopea risulta essere una struttura fonica più che un
contenuto fonico.
Allitterazione: due parole consecutive o pìu che iniziano con lo stesso fono
Ricorsi interni ai gruppi fonetici:
Omotonia: ricorso di una vocale accentuata all’interno di una parola (bella festa)
Paronomasia:
Palindromo: identità di due gruppi foneticamente capovolti (roma amor)
anagramma
rima scivolata
acronimo (AIDS)
Schema dei fenomeni metrici, ovvero dei fenomeni di ricorso:
ricorso
ricorso intensivo ricorso estensivo
(ritmo) (rima)
- sillabe (numero) - perfetta
- accenti (numero e posizione) - imperfetta
Altri fenomeni di ricorso sono culturali come: la strofa, la struttura della rima e la lunghezza dei versi
Strofa:
Il sonetto: nasce nel 1200 nella scuola sicula. Composto di 14 endecasillabi (4+4+3+3) Rime: (abab abab cde cde) o
(abba abba cde edc)
Ottava ariostesca: A’’BABABCC
Complet heroïque: versi in dodecasillabo. Rime baciate.
Il proverbio:
Si può strutturare in schemi diversi, basati su coesione fonetica, ricorso semantico, metafora o nucleo sapienziale.
Nucleo sapienziale: puramente comunicativo, è un consiglio (Es. la notte porta consiglio)
Coesione fonetica: Es. Mangi la minestra o salti dalla finestra
Ricorso semantico: Es. La parola è d’argento il silenzio è d’oro
Metafora: Es. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi
Polisemia:
Interrelazione oppositiva: i significanti svolgono la loro funzione in quanto diversi uno dall’altro, quantunque esistono
delle aree di sovrapposizione ed è lì che si insinua la polisemia.
La polisemia si distribuisce su tre livelli:
1) polisemia fonetica: stà a livello di parole ed è attribuibile a un testo, non a una parola
2) polisemia semantica: riferita a una parola che ha più significati
3) polisemia strutturale: riferita all’equivocabilità della funzione dominante
Esempio di 1: “I conti non tornano” 1: se ne sono andati; 2: ho sbagliato i calcoli
Esempio di 2: “Il soprano è acuto”attivo uno solo dei significati ma non risulta chiaro quale, è inelligente o è il tono ?
La semantica differenziale:
La terza linea della comunicazione, oltre a quella sensoriale (significante) e semantica (significato), è di carattere sociale
emotivo:
esempio: “Colore rosa” nella cultura italiana è connesso (arbitrariamente) alla femminilità
Spesso più la parola è desemantizzata più è caricata di tale componente
La reazione emotiva è del destinatario
La retorica:
Può essere concepita in due modi fondamentali:
La retorica come ornamento del linguaggio. Cioè di un linguaggio dentro il linguaggio.
La retorica come cosa connaturale. È la struttura stessa della comunicazione, imprescindibile dal linguaggio.
La retorica è bipartita in due linee di pensiero:
1) Retorica logica: inventio (ciò che voglio dire=senso); dispositio (come organizzare il discorso); elocutio (le parole che
uso)
2) Retorica poetica: linguaggio come creatività, basata sull’irrazionalità.
Cicerone da alcune definizioni di retorica: 1) è l’arte di persuadere; 2) è la teoria di come usare il linguaggio; 3) è
l’organizzazione del discorso
Tropi (figure paradigmatiche):
Iterazio: comparazione (Giallo come un canarino)
Allegoria: investo il discorso di simbologia, parlo su due livelli (Nel mezzo di cammin di nostra vita...)
Catacresi: riempimento di un buco della lingua (Le gambe del tavolo), manca la parola
Antonomasia: usare un nome proprio celebre per indicare una qualità di tale personaggio (È un ercole = è forte)
Eufemismo: espressioni delicate usate per temi fastidiosi (si è spento = è morto)
con il tempo i termini riprendono la loro aggressività (cesso gabinetto bagno)
Alitote: attenuazione negando ciò che non é (è un po’ sporco, non è aquila)
Iperbole: esageerazione (l’ho detto mille volte!)
Ironia: dire il contrario di ciò che si pensa (mmm...buono)
La metafora:
Il trasferimento di una parola da una cosa a un’altra perché sembra potersi trasferire senza errore a causa dell’affinità.
Esempio:
Semema di Giovanni: biondo, alto, educato,...., coraggioso
Semema di leone: quadrupede, aggressivo,...., coraggioso
Giovanni è un leone. Il semema comune (coraggioso) si chiama tertium comparationis.
Le metafore possono essere lessicalizzate, ovvero conosciute, oppure testuali, cioè inventate.
Ci sono due forme fondamentali di metafora: la sineddoche (parte per il tutto) e la metonimia (il tutto per la parte)
La retorica sintagmatica fa riferimento alla parole e non più alla langue. È figuratica e non tropica. Tutta la metrica entra
nella figuratica.
Le figure:
La ripetizione: meidante due sinonimi (è fiero e orgoglioso)
Il paragone: similitudine ( sei forte come un leone)
L’enumeratio: serie di termini inquadrabili in una categoria (C’erano mele, arance, pesche e ciliegie)
Epanatessi: ripetizione dello stesso termine (Bisogna studiare, studiare, studiare), tono infantile
Figura etimologica: usare una parola e la sua radice (vivere la propria vita)
La definitio: usare una parola insieme alla sua definizione
Figure dell’opposto:
L’ossimoro: unione di due contrari (dolcezza amara)
L’antitesi: dire una cosa e poi negare il contrario (penso questo e non quello)
L’apostrofe: forme che chiamano in causa il destinatario (intendiamoci, signore e signori, ma senti un po’)
Interrogativa retorica: chiama in causa il destinatario, la rispoosta è già nella domanda (“ma ci credi?”)
Concessione: chiama in causa il destinatario esponendo un concetto su cui non si è d’accordo.
Forme grammaticali:
Polisinteto: ridondanza di connettivi sintattici (e questo, e quello, e...)
Asinteto: assenza di tali connettivi (Oggi arrivo. Domani parto)
Chiasma: inversione sintattica (ha occhi neri e biondi capelli)
Climax: serie di parole che seguono nel significato una scala ascendente o discendente (un anno, un mese, un giorno)
Ellissi: omissione
Prolessi: anticipazione sintattica di un entità (questo volevo dirti)
Epifonema: posticipazione sintattica di un entità (tutto ciò)
Sintesi della retorica:
Paradigmatica: sostituzione grazie al tertium comparationis
Sintagmatica: processo di allargamento del discorso
Scrivendo un testo si svolgono due processi:
1) processo paradigmatico:
scelta che il codice mi offre
dipende dalla conoscenza della lingua
scelta di sintassi, stile: registro (sociale); sinonimi, coesione fonetica, tropi (retorica)
2) processo sintagmatico:
inventio: unità psichica, ciò che abbiamo in mente
dispositio: organizzazione del testo
elocutio: codice, produco la linea sintagmatica
Intonazione:
Porta con sé molta informazione. Passando dall’oralità alla scrittura l’intonazione va persa per la maggior parte. Ci sono
pochi strumenti per tradurre l’intonazione (allungare l’ultimo fono: mangiaaaavo; la punteggiatura).
Per questo esistono verbi che descrivono l’intonazione: mormorare, balbettare, sussurrare, gridare, urlare. Esistono verbi
che posizionano il dire in un certo contesto: rispondere, aggiungere, ribadire, interrompere.
Traduzione semiotica:
Traduzione di un codice iconico in un testo linguistico.
Le icone sono classificabili per: 1) contenuto; 2) tecnica; 3) fase storica
Processo di traduzione:
codice linguistico codice iconico
senso
referenziale
emotivo
suasorio
semantica disegno
morfologia colore
sintassi composizione
uditivo e lineare vis ivo e unitario
testo immagine
Un immagine pubblicitaria è suasoria
Dall’icona si può tradurre il senso e la mediazione linguistica (descrizione dell’immagine).
Punti salienti della descrizione di un immagine:
1) Datazione
2) Composizione (elementi del quadro)
3) Origini (committente,ecc)
4) Storia dell’opera (dov’è stata esposta,ecc)
5) Le copie
6) Collocazione spaziale (dove si trova, dove è stata dipinta)
7) La luce
8) Il realismo dell’opera (quanto ci mostra la realtà)
9) Paragone (del valore, del senso)
10) Psicologia (contenuto psicologico, interpretazione unitaria)
11) La tecnica (generalmente e specificatamente)
12) Tema
13) Storicizzazione (dove si colloca nel filone culturale)
14) Elementi artificiosi (collage, elementi estranei, sovradimensione)
15) Localizzazione delle misure (9m x 4m)
16) Aggiunti (variazioni dall’originale)
17) Carattere statuario
18) Stato presente di conservazione
19) Natura morta
20) Caratteri generali del contesto
21) Colori del quadro
L’ordine di traduzione:
1) Pregresso: ciò che viene prima dell’opera e dati esterni (1,3,13,11,18,15,6)
2) Nucleo centrale (12,10,2,19,17,7,21,8,14)
3) Paragone (9)
4) Ciò che accade dopo (16,5,20,,4)
giovedì 27 agosto 2009
lunedì 6 luglio 2009
ATTRAVERSO LO SPECCHIO # 3
venerdì 22 maggio 2009
martedì 5 maggio 2009
Carl Wilhelm Macke
Caro Sarto Scrittore,
un articolo mio sulla cità che racconta. Saluti a tutti gli autori estensi nel tuo studio, Carlo da Monaco
Una città che racconta
Scritto da Carl Wilhelm Macke
Ferrara vista con gli occhi di un giornalista tedesco che l'ha scelta come seconda patria.
Gli italiani, così almeno mi pare, amano le statistiche.
I loro giornali sono sempre pieni di tabelle, liste di best seller e sondaggi di opinione.
Molto popolari sembrano essere anche le classifiche delle città italiane con la migliore qualità della vita, pubblicate con regolarità dalle riviste. I più importanti criteri di valutazione sono costituiti dalla retribuzione media dei cittadini, dalla qualità dei servizi comunali, dall'offerta di attività culturali, dal funzionamento dei trasporti pubblici e dal numero e dalla superficie degli spazi verdi.
Si tratta, indubbiamente, di indici importanti, ma ci sono anche altri criteri - non materiali - per definire il valore delle città: per esempio, criteri letterari. Quanto contano ancora palazzi, chiese, case, piazze, strade, angoli, monumenti e, non dimentichiamoli, i luoghi che una città dedica ai suoi morti? Le città sommerse dal consumo sono città morte; non ci raccontano niente; i loro abitanti sono intercambiabili, come i negozi.
Per me, Ferrara è, invece, una città viva, che si offre alla lettura: le sue strade e i suoi vicoli sono come «il filo conduttore di un racconto», come scrisse della Berlino degli anni Venti lo scrittore Franz Hessel. In Italia, e in Europa, è sempre più difficile visitare una città in cui è possibile riscoprire quella «capacità di narrare» così intrinseca a Ferrara, la città degli estensi.
«Il modo in cui Bassani ha raccontato Ferrara ha attirato l'attenzione dei turisti sulla città», scrisse Alfred Andersch, uno dei più famosi scrittori tedeschi del dopoguerra, nel saggio Sulle tracce dei Finzi-Contini. Molti visitatori stranieri associano quindi Ferrara al Romanzo di Ferrara di Bassani, cercano il giardino dei Finzi-Contini e, non trovandolo, sono delusi. Ma il visitatore straniero che ha modo di fermarsi più a lungo scopre, al di là delle vie narrate da Giorgio Bassani, anche nuove tracce che portano ad altri racconti, romanzi, saggi e, perché no, anche a poesie non ancora scritte.
Ovunque è possibile scoprire dettagli e ornamenti, epigrafi e tavole votive che testimoniano una lunga storia e le storie più misteriose di Ferrara. Chi sa ascoltare il cuore di questa città, magari educato all'ascolto dal meraviglioso saggio di Alberto Savinio su Milano, riuscirà a cogliere il fascino e scoprire la magia di Ferrara e dei suoi dintorni, al di là delle mete turistiche più famose.
Ferrara, infatti, è una scuola dei sensi, per chi vuole ascoltare e vedere. Consentite, pertanto, a un visitatore come me, di parlare di alcune delle sue prime scoperte. Per esempio, del cimitero ebraico in fondo a via delle Vigne, così diverso dai cimiteri tedeschi tenuti con cura maniacale e progettati come se fossero autostrade. Nell'ombra delle mura cittadine, coperte da una fascia di alberi, i morti possono riposare in pace. Nessuno spazza le foglie, nessuna lapide viene pulita, il decadimento dilaga dappertutto.
Quante storie raccontano le iscrizioni ancora leggibili sulle lapidi commemorative degli ebrei di Ferrara, ormai slavate dal tempi. Ricordano persone dotate di «un grande cuore» e poi, dietro le cifre già corrose degli anni fra il 1940 e il 1945, «campi di sterminio nazisti» e «Deportato ad Auschwitz». E le storie narrate da coloro che riposano nel cimitero ebraico di Ferrara sono particolarmente mortificanti per un tedesco. Ci si imbatte poi in epigrafi più vecchie, se non antiche, come quella di Jacob Massarani, morto il 22 marzo 1877, in vita «scrupoloso osservatore»: un'espressione che sembra facile tradurre in un tedesco parlato, anche se con il tempo il significato della parola "scrupoloso" si è sbiadito. Viene spontaneo domandarsi quando e perché l'aggettivo sia stato rimosso, come un fardello ingombrante, dal vocabolario della vita moderna. In tempi di giudizi veloci e univoci chi - eccezion fatta per gli artisti - può permettersi il lusso di essere uno «scrupoloso osservatore» dei propri tempi? A volte sono proprio le lapidi dei vecchi cimiteri a ricordarci perdite irrimediabili.
Nelle città che si affacciano sul Po, viene ancora attribuito un significato particolare alla lentezza, che trova forse la sua migliore espressione nella "cultura della bicicletta". A Ferrara si contano tante biciclette come in nessuna altra città italiana: non sono mai biciclette di lusso o mountain-bike raffinate; due ruote e un telaio non troppo arrugginito sono sufficienti per la maggior parte dei ciclisti; anche l'impianto di illuminazione non sempre funziona a dovere.
Su questi veicoli - che in Germania verrebbero considerati un'infrazione a tutte le regole della circolazione - si spostano con grande disinvoltura distinti impiegati di banca ed eleganti commesse di boutique alla moda che vanno al lavoro.
Gli anziani sono maestri nell'"arte del passeggio IN bici": si muovono sfidando il limite dell'immobilità per potersi intrattenere in tutta tranquillità con il ciclista a fianco. Nell'era dell'alta velocità, il concetto del tempo, per i ciclisti della Bassa padana, è legato a una cultura ormai tramontata: muoversi, mantenendo ancora una parvenza di immobilità, senza sacrificare la comunicazione allo sviluppo. Che, in passato, la bicicletta sia stata qualcosa di diverso da un attrezzo ecologicamente corretto per mantenersi in forma, lo si può apprendere osservando il gusto e la flemma con cui montano in bici gli abitanti dei villaggi lungo le sponde del Po. Ma, appena giunti sulle principali arterie di collegamento, questa flemma ammirevole si trasforma in una ridicola nostalgia, in un anacronismo, nella dittatura del tempo del Ventesimo secolo.
Ma torniamo alla città. Il vicolo del Leocorno, nascosto ai margini delle città vecchia, dove poco tempo fa ho acquistato un appartamento, porta il nome di una drogheria che vi si trovava verso la metà del XVI secolo, il cui simbolo era il favoloso unicorno. Partendo da questo dettaglio, si potrebbe raccontare tutta la cronistoria delle attività commerciali e dei piccoli negozi di Ferrara che oggi rischiano la chiusura per colpa dei grandi supermercati insediatisi fuori le mura.
La donna che un giorno vidi, fino a notte fonda, decorare le vetrine della sua bottega di via Carlo Mayr per attirare nuovi clienti potrebbe forse raccontarci qualcosa di questa lotta per la sopravvivenza.
Accanto a una copia de La donna in rosa di Giovanni Boldini, nella sua vetrina disponeva amorevolmente cosmetici: raramente ho visto clienti in quel negozio. Forse perché ci siamo tutti scordati che per ogni bottega, per ogni trattoria, per ogni bar che chiude, la città viene privata di una piccola parte della sua identità e peculiarità.
«La nuova abbondanza,» scrive Italo Calvino ne Le città invisibili, «faceva traboccare le città di materiali, edifici, oggetti nuovi; affluiva nuova gente di fuori; niente e nessuno aveva più qualcosa in comune con la Clarice o le Clarici di prima; e più la nuova città si insediava trionfalmente nel luogo e nel nome della prima Clarice, più s'accorgeva di allontanarsi da quella, di distruggerla non meno rapidamente dei topi e della muffa.» Che scrivendo queste frasi stesse pensando anche a Ferrara?
In Germania, la città estense è giustamente famosa anche per la sua politica culturale.
Le iniziative culturali ad alto livello, come i concerti e i balletti al Teatro Comunale, sono in grado di competere con quelle organizzate nelle capitali europee. L'esemplare lavoro di restauro del suo centro storico ha avuto il più ampio riconoscimento internazionale. Le mostre di Palazzo Schifanoia, di Palazzo dei Diamanti e di Casa Romei, sono un richiamo irresistibile per tutti gli appassionati d'arte.
Il Castello e la Cattedrale sono tra le mete irrinunciabili dell'Emilia. Poeti e scrittori come Carducci, Bassani e Piovene hanno eretto al corso Ercole I un monumento letterario indimenticabile.
Tutte le guide turistiche elogiano, a ragione, il patrimonio artistico di Ferrara, ma la città conserva ancora un patrimonio di storia e di cultura di cui le guide turistiche non fanno menzione, un patrimonio che ci consente di ripercorrere le ragioni per una lettura di Ferrara che altre città, con una qualità della vita forse migliore, hanno perso per sempre.
«Il problema culturale delle città moderne,» scrive il sociologo urbano americano Richard Sennett, «è quello di riuscire a far parlare un ambiente anonimo, di fare uscire le città dalla loro degradazione e dalla loro neutralità.» Questo problema, per Ferrara, non si pone. Forse deve solo imparare a riscoprire e valorizzare un elemento importante della sua qualità di vita: la sua capacità di narrare.
(traduzione di Giovanna Runngaldier)
un articolo mio sulla cità che racconta. Saluti a tutti gli autori estensi nel tuo studio, Carlo da Monaco
Una città che racconta
Scritto da Carl Wilhelm Macke
Ferrara vista con gli occhi di un giornalista tedesco che l'ha scelta come seconda patria.
Gli italiani, così almeno mi pare, amano le statistiche.
I loro giornali sono sempre pieni di tabelle, liste di best seller e sondaggi di opinione.
Molto popolari sembrano essere anche le classifiche delle città italiane con la migliore qualità della vita, pubblicate con regolarità dalle riviste. I più importanti criteri di valutazione sono costituiti dalla retribuzione media dei cittadini, dalla qualità dei servizi comunali, dall'offerta di attività culturali, dal funzionamento dei trasporti pubblici e dal numero e dalla superficie degli spazi verdi.
Si tratta, indubbiamente, di indici importanti, ma ci sono anche altri criteri - non materiali - per definire il valore delle città: per esempio, criteri letterari. Quanto contano ancora palazzi, chiese, case, piazze, strade, angoli, monumenti e, non dimentichiamoli, i luoghi che una città dedica ai suoi morti? Le città sommerse dal consumo sono città morte; non ci raccontano niente; i loro abitanti sono intercambiabili, come i negozi.
Per me, Ferrara è, invece, una città viva, che si offre alla lettura: le sue strade e i suoi vicoli sono come «il filo conduttore di un racconto», come scrisse della Berlino degli anni Venti lo scrittore Franz Hessel. In Italia, e in Europa, è sempre più difficile visitare una città in cui è possibile riscoprire quella «capacità di narrare» così intrinseca a Ferrara, la città degli estensi.
«Il modo in cui Bassani ha raccontato Ferrara ha attirato l'attenzione dei turisti sulla città», scrisse Alfred Andersch, uno dei più famosi scrittori tedeschi del dopoguerra, nel saggio Sulle tracce dei Finzi-Contini. Molti visitatori stranieri associano quindi Ferrara al Romanzo di Ferrara di Bassani, cercano il giardino dei Finzi-Contini e, non trovandolo, sono delusi. Ma il visitatore straniero che ha modo di fermarsi più a lungo scopre, al di là delle vie narrate da Giorgio Bassani, anche nuove tracce che portano ad altri racconti, romanzi, saggi e, perché no, anche a poesie non ancora scritte.
Ovunque è possibile scoprire dettagli e ornamenti, epigrafi e tavole votive che testimoniano una lunga storia e le storie più misteriose di Ferrara. Chi sa ascoltare il cuore di questa città, magari educato all'ascolto dal meraviglioso saggio di Alberto Savinio su Milano, riuscirà a cogliere il fascino e scoprire la magia di Ferrara e dei suoi dintorni, al di là delle mete turistiche più famose.
Ferrara, infatti, è una scuola dei sensi, per chi vuole ascoltare e vedere. Consentite, pertanto, a un visitatore come me, di parlare di alcune delle sue prime scoperte. Per esempio, del cimitero ebraico in fondo a via delle Vigne, così diverso dai cimiteri tedeschi tenuti con cura maniacale e progettati come se fossero autostrade. Nell'ombra delle mura cittadine, coperte da una fascia di alberi, i morti possono riposare in pace. Nessuno spazza le foglie, nessuna lapide viene pulita, il decadimento dilaga dappertutto.
Quante storie raccontano le iscrizioni ancora leggibili sulle lapidi commemorative degli ebrei di Ferrara, ormai slavate dal tempi. Ricordano persone dotate di «un grande cuore» e poi, dietro le cifre già corrose degli anni fra il 1940 e il 1945, «campi di sterminio nazisti» e «Deportato ad Auschwitz». E le storie narrate da coloro che riposano nel cimitero ebraico di Ferrara sono particolarmente mortificanti per un tedesco. Ci si imbatte poi in epigrafi più vecchie, se non antiche, come quella di Jacob Massarani, morto il 22 marzo 1877, in vita «scrupoloso osservatore»: un'espressione che sembra facile tradurre in un tedesco parlato, anche se con il tempo il significato della parola "scrupoloso" si è sbiadito. Viene spontaneo domandarsi quando e perché l'aggettivo sia stato rimosso, come un fardello ingombrante, dal vocabolario della vita moderna. In tempi di giudizi veloci e univoci chi - eccezion fatta per gli artisti - può permettersi il lusso di essere uno «scrupoloso osservatore» dei propri tempi? A volte sono proprio le lapidi dei vecchi cimiteri a ricordarci perdite irrimediabili.
Nelle città che si affacciano sul Po, viene ancora attribuito un significato particolare alla lentezza, che trova forse la sua migliore espressione nella "cultura della bicicletta". A Ferrara si contano tante biciclette come in nessuna altra città italiana: non sono mai biciclette di lusso o mountain-bike raffinate; due ruote e un telaio non troppo arrugginito sono sufficienti per la maggior parte dei ciclisti; anche l'impianto di illuminazione non sempre funziona a dovere.
Su questi veicoli - che in Germania verrebbero considerati un'infrazione a tutte le regole della circolazione - si spostano con grande disinvoltura distinti impiegati di banca ed eleganti commesse di boutique alla moda che vanno al lavoro.
Gli anziani sono maestri nell'"arte del passeggio IN bici": si muovono sfidando il limite dell'immobilità per potersi intrattenere in tutta tranquillità con il ciclista a fianco. Nell'era dell'alta velocità, il concetto del tempo, per i ciclisti della Bassa padana, è legato a una cultura ormai tramontata: muoversi, mantenendo ancora una parvenza di immobilità, senza sacrificare la comunicazione allo sviluppo. Che, in passato, la bicicletta sia stata qualcosa di diverso da un attrezzo ecologicamente corretto per mantenersi in forma, lo si può apprendere osservando il gusto e la flemma con cui montano in bici gli abitanti dei villaggi lungo le sponde del Po. Ma, appena giunti sulle principali arterie di collegamento, questa flemma ammirevole si trasforma in una ridicola nostalgia, in un anacronismo, nella dittatura del tempo del Ventesimo secolo.
Ma torniamo alla città. Il vicolo del Leocorno, nascosto ai margini delle città vecchia, dove poco tempo fa ho acquistato un appartamento, porta il nome di una drogheria che vi si trovava verso la metà del XVI secolo, il cui simbolo era il favoloso unicorno. Partendo da questo dettaglio, si potrebbe raccontare tutta la cronistoria delle attività commerciali e dei piccoli negozi di Ferrara che oggi rischiano la chiusura per colpa dei grandi supermercati insediatisi fuori le mura.
La donna che un giorno vidi, fino a notte fonda, decorare le vetrine della sua bottega di via Carlo Mayr per attirare nuovi clienti potrebbe forse raccontarci qualcosa di questa lotta per la sopravvivenza.
Accanto a una copia de La donna in rosa di Giovanni Boldini, nella sua vetrina disponeva amorevolmente cosmetici: raramente ho visto clienti in quel negozio. Forse perché ci siamo tutti scordati che per ogni bottega, per ogni trattoria, per ogni bar che chiude, la città viene privata di una piccola parte della sua identità e peculiarità.
«La nuova abbondanza,» scrive Italo Calvino ne Le città invisibili, «faceva traboccare le città di materiali, edifici, oggetti nuovi; affluiva nuova gente di fuori; niente e nessuno aveva più qualcosa in comune con la Clarice o le Clarici di prima; e più la nuova città si insediava trionfalmente nel luogo e nel nome della prima Clarice, più s'accorgeva di allontanarsi da quella, di distruggerla non meno rapidamente dei topi e della muffa.» Che scrivendo queste frasi stesse pensando anche a Ferrara?
In Germania, la città estense è giustamente famosa anche per la sua politica culturale.
Le iniziative culturali ad alto livello, come i concerti e i balletti al Teatro Comunale, sono in grado di competere con quelle organizzate nelle capitali europee. L'esemplare lavoro di restauro del suo centro storico ha avuto il più ampio riconoscimento internazionale. Le mostre di Palazzo Schifanoia, di Palazzo dei Diamanti e di Casa Romei, sono un richiamo irresistibile per tutti gli appassionati d'arte.
Il Castello e la Cattedrale sono tra le mete irrinunciabili dell'Emilia. Poeti e scrittori come Carducci, Bassani e Piovene hanno eretto al corso Ercole I un monumento letterario indimenticabile.
Tutte le guide turistiche elogiano, a ragione, il patrimonio artistico di Ferrara, ma la città conserva ancora un patrimonio di storia e di cultura di cui le guide turistiche non fanno menzione, un patrimonio che ci consente di ripercorrere le ragioni per una lettura di Ferrara che altre città, con una qualità della vita forse migliore, hanno perso per sempre.
«Il problema culturale delle città moderne,» scrive il sociologo urbano americano Richard Sennett, «è quello di riuscire a far parlare un ambiente anonimo, di fare uscire le città dalla loro degradazione e dalla loro neutralità.» Questo problema, per Ferrara, non si pone. Forse deve solo imparare a riscoprire e valorizzare un elemento importante della sua qualità di vita: la sua capacità di narrare.
(traduzione di Giovanna Runngaldier)
giovedì 30 aprile 2009
RUBRICA "ATTRAVERSO LO SPECCHIO" (cit. Carroll)
Le due cosiddette "bimbeminkia" Matilde e Lucrezia hanno avuto una brillante idea per rendere più frizzante questo, emh, SEGUITISSIMO, emh, blog. Visto che ormai ci frequentiamo da diverso tempo, credo siano state messe in risalto caratteristiche inconfondibili di noi, nel bene o nel male. Siamo qui oggi (e domani, e dopodomani, ed il domani del dopodomani) per prendervi in giro TUTTI, AHAHAHAH *risata satanica*. Perciò preparatevi psicologicamente a non offendervi, perché non saremo così cattive, anzi, prenderemo in giro pure noi stesse.
Infatti proprio oggi vi presenterò (non presenteremo, ovviamente farlo fare anche a Matilde non veniva bene...) il primo dei personaggi degli incontri di Scrittura Creativa! Siori e siore...
Matilde è la più piccola del gruppo (ma non diteglielo, che poi si offende!). Nonostante la giovane età, è probabilmente più brava di tutte le cariatidi del gruppo messe insieme… E lei lo sa, per questo se la ghigna sotto i baffi che non ha mentre gli altri leggono le loro orribili creazioni. Non dimentichiamo anche che ha l’animo gotico, un po’ vampiresco… Nei suoi brevi ma intensi racconti, scritti su un quadernino FUCSIA, parla d’amore, di uomini belli ed impossibili… ma sa parlare anche di cose toste. Ma in quanti lo sanno davvero? In pochi, perché si tiene per sé ciò che veramente vorrebbe dire, come se gli altri fossero troppo poco intelligenti da ascoltare. Schietta, sincera ed acida in tenera età, insomma, tutte le caratteristiche di una scrittrice moderna perfetta!
… Però arriva sempre tardi agli incontri, e perciò non è più invitata. TZSE’.
Al prossimo personaggio con la rubrica ATTRAVERSO LO SPECCHIO!!
Infatti proprio oggi vi presenterò (non presenteremo, ovviamente farlo fare anche a Matilde non veniva bene...) il primo dei personaggi degli incontri di Scrittura Creativa! Siori e siore...
Matilde è la più piccola del gruppo (ma non diteglielo, che poi si offende!). Nonostante la giovane età, è probabilmente più brava di tutte le cariatidi del gruppo messe insieme… E lei lo sa, per questo se la ghigna sotto i baffi che non ha mentre gli altri leggono le loro orribili creazioni. Non dimentichiamo anche che ha l’animo gotico, un po’ vampiresco… Nei suoi brevi ma intensi racconti, scritti su un quadernino FUCSIA, parla d’amore, di uomini belli ed impossibili… ma sa parlare anche di cose toste. Ma in quanti lo sanno davvero? In pochi, perché si tiene per sé ciò che veramente vorrebbe dire, come se gli altri fossero troppo poco intelligenti da ascoltare. Schietta, sincera ed acida in tenera età, insomma, tutte le caratteristiche di una scrittrice moderna perfetta!
… Però arriva sempre tardi agli incontri, e perciò non è più invitata. TZSE’.
Al prossimo personaggio con la rubrica ATTRAVERSO LO SPECCHIO!!
mercoledì 15 aprile 2009
INCONTRO SCRITTURA del 14 Aprile 2009
Quattro poveracci quali Cristiano, Luca, Lucrezia e Matilde nella giornata di ieri hanno affrontato un argomento chiave di ogni arte, dalla scrittura alla pittura, dalla scultura alla fotografia, etc. Sto parlando dell'AMORE. Attraverso un racconto di getto, una delle nostre solite prove di scrittura, abbiamo dato un'idea d'amore l'uno differente dall'altro.
Abbiamo unito al tema dell'amore anche un esercizio sul dialogo. L'esercizio consisteva, appunto, di scrivere un dialogo il cui tema fosse l'amore ; il dialogo poteva essere inserito nel contesto di una descrizione, oppure proprio uno scambio tra due (o più persone), insomma, come uno sentiva dal cuore di farlo.
Risultati più o meno disastrosi, ma comunque un buon esercizio, perché bisogna sempre tenersi allenati.
Se volete, potete provarci anche voi a casa.
In ogni modo, spero ci sia più gente la prossima volta per tentare nuovamente questo esperimento. Od altro ancora, se preferite.
Vi lascio con la mia prova di ieri + la correzione della prova di ieri (più ponderata, limata e sensata).
PRIMA :
E la incrocio. È tutto così inaspettato ed io sono orribile : sono sudato, i miei capelli senza gel e credo di non essermi nemmeno lavato i denti questa mattina. La guardo meglio e mi rendo conto che è proprio lei, in tutta la sua semplicità. Che faccio, le parlo? La sto osservando da troppo tempo, la vedo innervosita… Forse neanche si ricorda di me. faccio per avvicinarmi, anche lei fa un piccolo scatto ma probabilmente vuole picchiarmi col pesante borsone pieno di libri che ha. No, lasciamo perdere, lei non mi ha riconosciuto. Già, forse non è chi credevo che fosse, posso aver preso un abbaglio. Giro in una via secondaria di cui non ricordo il nome. Mi fermo e m’appoggio contro il muro di una casa, tengo gli occhi chiusi per riprendermi dall’emozione. Ho fatto una cazzata, ora me ne rendo conto e come ultimo gesto disperato le corro incontro. Giro l’angolo e lei non è più a trafficare con la serratura della bicicletta. Continuo a correre, ed eccola là : la fortuna ha voluto che la catena della bici cadesse ed ora sta brontolando per via Mazzini. Per un attimo la guardo da lontano ed il mio desiderio cresce ; non posso resistere. Ormai sono dietro di lei, istintivamente le appoggio una mano sulla spalla. Lei si gira, degli occhiali da sole enormi le coprono gli occhi verdi.
« Hai bisogno di una mano? » le domando, indicando la catena della bici. Lei assume un’espressione stranita : sembra l’attrice Julianne Moore, noto. Le sto per chiedere se si ricorda di me, quel silenzio imbarazzate mi sta distruggendo, ma inizia a parlarmi.
« Ce l’hai un euro? Ho sbiciclettato fin qui da Porotto e non ho un soldo. » mi dice.
« Un euro? » ripeto io, stranito.
« Se vuoi offrirmi da bere, saresti molto gentile, Marco. »
« Sai il mio nome? » le domando io tra il confuso e lo sbalordito.
« Emh, sì. Ora vuoi prendermi qualcosa da bere? » chiede nuovamente lei, ed io sono così felice che le offrirei un acquedotto intero.
DOPO :
Ed all’improvviso la incrocio. Così, un incontro del tutto inaspettato, ed è per questo che io non sono per niente pronto, anzi, sono davvero orribile : sono sudato, i miei capelli non sono come al solito pieni di gel e credo di non essermi nemmeno lavato i denti questa mattina. La guardo meglio e mi rendo conto che è proprio lei, davanti a me, in tutta la sua semplicità e bellezza. Che faccio, proseguo per il mio cammino o le parlo? Nonostante da pochi secondi soltanto la stia guardando, è già troppo tempo che la osservo e notò che si è innervosita… Penso che probabilmente non si ricordi nemmeno di me. Presa la decisione se proseguire o meno, faccio per avvicinarmi alla ragazza, deciso a dirle qualcosa, anche solo un saluto ; anche lei fa un piccolo movimento, uno scatto, ma probabilmente è perché vuole picchiarmi col pesante borsone nero che ha e col quale continua a rovistare. Dev’esser pieno di libri, visto che stiamo proprio di fronte alla biblioteca e mi è parso di scorgere qualche romanzo sbucare dalla borsa. No, dai, lasciamo perdere, tanto lei non m’ha riconosciuto. Anzi, forse non è nemmeno chi credevo che fosse, posso aver preso un abbaglio magari. Già.
Svolto quindi in una via secondaria che costeggia la biblioteca Ariostea di cui non ricordo il nome. Mi fermo un secondo, appoggiandomi contro un muretto pieno di muschio. Mentre osservo a terra i mozziconi di sigaretta mi viene la voglia tremenda di accendermene una tanto che tiro fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto e l’accendino. Poi socchiudo gli occhi, giusto per riprendermi dall’emozione. E proprio ad occhi ben chiusi mi rendo davvero conto della cazzata che ho fatto. Come ultimo gesto disperato, decido di andarle incontro correndo, come nei migliori (o peggiori?) film d’amore.
Giro nuovamente l’angolo per ritrovarmi davanti all’entrata della biblioteca ma lei non è più lì a trafficare con la borsa piena di libri o la serratura della bicicletta. Allora continuo a correre per tutta via Scienze, ma soltanto più avanti la incontro. La mia fortuna ha voluto che la catena della bici si rompesse ed ora la ragazza stava brontolando per via Mazzini mentre trascinava il veicolo a piedi con grande fatica. Per un po’ la guardo da lontano, sentendo il mio desiderio crescere : la voglio stringere, voglio sentire il sapore delle sue labbra, la voglio possedere e voglio che le piaccia. Non posso più resistere, ed accelero il passo finché non sono proprio dietro di lei. Istintivamente le appoggio una mano, in un gesto non troppo delicato, sulla spalla. E’ piuttosto bassa, ma questo la rende molto dolce, e fa sentire più alto anche me. Lei si gira un po’ allarmata, enormi occhiali da sole le coprono gli occhi che generalmente sono azzurri o verdi.
« Hai bisogno per caso di una mano? » le domando con disinvoltura, indicando con un dito la catena a terra. Mi sento un po’ scemo a fare il duro quando l’inconveniente da cui salvare l’amata è soltanto una bicicletta rotta. Lei assume un’espressione stranita : assomiglia all’attrice Julianne Moore, noto per la prima volta. Le sto per chiedere se si ricorda di me, perché quel silenzio che si è creato tra noi mi sta decisamente distruggendo, ma inizia a parlarmi.
« Ce l’hai un euro? Sono arrivata fin qui da Porotto in bicicletta e non ho nemmeno un soldo per rinfrescarmi un attimo. » mi dice.
« U-un euro? » ripeto io, stranito. Sì, ok, magari sto facendo la figura dell’ebete, ma lei è così strana a fare una richiesta del genere. Ed il bello è che non sembra per niente un’accattona, anzi, sembra proprio volere qualcosa d’offerto col cuore, e questo è tutto così particolare.
« Se vuoi offrirmi qualcosa da bere, Marco, saresti molto gentile… Un vero galantuomo! »
« Tu… Sai il mio nome?! » le domando io tra il confuso e lo sbalordito.
« Emh, sì. » risponde lei ; in effetti, se mi ha appena chiamato per nome, vuol dire che ne è a conosceva. Significa che si ricorda di me, che mi conosce, almeno di viso. La sua voce mi riporta alla realtà. « Ora mi prenderesti qualcosa da bere, per cortesia? » chiede nuovamente lei. Come risposta, le sorrido con gioia : sono così felice che le offrirei perfino l’intero acquedotto comunale, se potessi.
Alla prossima settimana ed un bacio.
Lucre
Abbiamo unito al tema dell'amore anche un esercizio sul dialogo. L'esercizio consisteva, appunto, di scrivere un dialogo il cui tema fosse l'amore ; il dialogo poteva essere inserito nel contesto di una descrizione, oppure proprio uno scambio tra due (o più persone), insomma, come uno sentiva dal cuore di farlo.
Risultati più o meno disastrosi, ma comunque un buon esercizio, perché bisogna sempre tenersi allenati.
Se volete, potete provarci anche voi a casa.
In ogni modo, spero ci sia più gente la prossima volta per tentare nuovamente questo esperimento. Od altro ancora, se preferite.
Vi lascio con la mia prova di ieri + la correzione della prova di ieri (più ponderata, limata e sensata).
PRIMA :
E la incrocio. È tutto così inaspettato ed io sono orribile : sono sudato, i miei capelli senza gel e credo di non essermi nemmeno lavato i denti questa mattina. La guardo meglio e mi rendo conto che è proprio lei, in tutta la sua semplicità. Che faccio, le parlo? La sto osservando da troppo tempo, la vedo innervosita… Forse neanche si ricorda di me. faccio per avvicinarmi, anche lei fa un piccolo scatto ma probabilmente vuole picchiarmi col pesante borsone pieno di libri che ha. No, lasciamo perdere, lei non mi ha riconosciuto. Già, forse non è chi credevo che fosse, posso aver preso un abbaglio. Giro in una via secondaria di cui non ricordo il nome. Mi fermo e m’appoggio contro il muro di una casa, tengo gli occhi chiusi per riprendermi dall’emozione. Ho fatto una cazzata, ora me ne rendo conto e come ultimo gesto disperato le corro incontro. Giro l’angolo e lei non è più a trafficare con la serratura della bicicletta. Continuo a correre, ed eccola là : la fortuna ha voluto che la catena della bici cadesse ed ora sta brontolando per via Mazzini. Per un attimo la guardo da lontano ed il mio desiderio cresce ; non posso resistere. Ormai sono dietro di lei, istintivamente le appoggio una mano sulla spalla. Lei si gira, degli occhiali da sole enormi le coprono gli occhi verdi.
« Hai bisogno di una mano? » le domando, indicando la catena della bici. Lei assume un’espressione stranita : sembra l’attrice Julianne Moore, noto. Le sto per chiedere se si ricorda di me, quel silenzio imbarazzate mi sta distruggendo, ma inizia a parlarmi.
« Ce l’hai un euro? Ho sbiciclettato fin qui da Porotto e non ho un soldo. » mi dice.
« Un euro? » ripeto io, stranito.
« Se vuoi offrirmi da bere, saresti molto gentile, Marco. »
« Sai il mio nome? » le domando io tra il confuso e lo sbalordito.
« Emh, sì. Ora vuoi prendermi qualcosa da bere? » chiede nuovamente lei, ed io sono così felice che le offrirei un acquedotto intero.
DOPO :
Ed all’improvviso la incrocio. Così, un incontro del tutto inaspettato, ed è per questo che io non sono per niente pronto, anzi, sono davvero orribile : sono sudato, i miei capelli non sono come al solito pieni di gel e credo di non essermi nemmeno lavato i denti questa mattina. La guardo meglio e mi rendo conto che è proprio lei, davanti a me, in tutta la sua semplicità e bellezza. Che faccio, proseguo per il mio cammino o le parlo? Nonostante da pochi secondi soltanto la stia guardando, è già troppo tempo che la osservo e notò che si è innervosita… Penso che probabilmente non si ricordi nemmeno di me. Presa la decisione se proseguire o meno, faccio per avvicinarmi alla ragazza, deciso a dirle qualcosa, anche solo un saluto ; anche lei fa un piccolo movimento, uno scatto, ma probabilmente è perché vuole picchiarmi col pesante borsone nero che ha e col quale continua a rovistare. Dev’esser pieno di libri, visto che stiamo proprio di fronte alla biblioteca e mi è parso di scorgere qualche romanzo sbucare dalla borsa. No, dai, lasciamo perdere, tanto lei non m’ha riconosciuto. Anzi, forse non è nemmeno chi credevo che fosse, posso aver preso un abbaglio magari. Già.
Svolto quindi in una via secondaria che costeggia la biblioteca Ariostea di cui non ricordo il nome. Mi fermo un secondo, appoggiandomi contro un muretto pieno di muschio. Mentre osservo a terra i mozziconi di sigaretta mi viene la voglia tremenda di accendermene una tanto che tiro fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto e l’accendino. Poi socchiudo gli occhi, giusto per riprendermi dall’emozione. E proprio ad occhi ben chiusi mi rendo davvero conto della cazzata che ho fatto. Come ultimo gesto disperato, decido di andarle incontro correndo, come nei migliori (o peggiori?) film d’amore.
Giro nuovamente l’angolo per ritrovarmi davanti all’entrata della biblioteca ma lei non è più lì a trafficare con la borsa piena di libri o la serratura della bicicletta. Allora continuo a correre per tutta via Scienze, ma soltanto più avanti la incontro. La mia fortuna ha voluto che la catena della bici si rompesse ed ora la ragazza stava brontolando per via Mazzini mentre trascinava il veicolo a piedi con grande fatica. Per un po’ la guardo da lontano, sentendo il mio desiderio crescere : la voglio stringere, voglio sentire il sapore delle sue labbra, la voglio possedere e voglio che le piaccia. Non posso più resistere, ed accelero il passo finché non sono proprio dietro di lei. Istintivamente le appoggio una mano, in un gesto non troppo delicato, sulla spalla. E’ piuttosto bassa, ma questo la rende molto dolce, e fa sentire più alto anche me. Lei si gira un po’ allarmata, enormi occhiali da sole le coprono gli occhi che generalmente sono azzurri o verdi.
« Hai bisogno per caso di una mano? » le domando con disinvoltura, indicando con un dito la catena a terra. Mi sento un po’ scemo a fare il duro quando l’inconveniente da cui salvare l’amata è soltanto una bicicletta rotta. Lei assume un’espressione stranita : assomiglia all’attrice Julianne Moore, noto per la prima volta. Le sto per chiedere se si ricorda di me, perché quel silenzio che si è creato tra noi mi sta decisamente distruggendo, ma inizia a parlarmi.
« Ce l’hai un euro? Sono arrivata fin qui da Porotto in bicicletta e non ho nemmeno un soldo per rinfrescarmi un attimo. » mi dice.
« U-un euro? » ripeto io, stranito. Sì, ok, magari sto facendo la figura dell’ebete, ma lei è così strana a fare una richiesta del genere. Ed il bello è che non sembra per niente un’accattona, anzi, sembra proprio volere qualcosa d’offerto col cuore, e questo è tutto così particolare.
« Se vuoi offrirmi qualcosa da bere, Marco, saresti molto gentile… Un vero galantuomo! »
« Tu… Sai il mio nome?! » le domando io tra il confuso e lo sbalordito.
« Emh, sì. » risponde lei ; in effetti, se mi ha appena chiamato per nome, vuol dire che ne è a conosceva. Significa che si ricorda di me, che mi conosce, almeno di viso. La sua voce mi riporta alla realtà. « Ora mi prenderesti qualcosa da bere, per cortesia? » chiede nuovamente lei. Come risposta, le sorrido con gioia : sono così felice che le offrirei perfino l’intero acquedotto comunale, se potessi.
Alla prossima settimana ed un bacio.
Lucre
sabato 11 aprile 2009
Prova di srittura di martedì 7 aprile
La scalata
Era già trascorsa la mattina da che avevo iniziato a salire, e il pomeriggio era imminente, la stanchezza era alle porte della debolezza.
Scalare una montagna, anche se di difficoltà media non è facile. Avendo trovato un appiglio sicuro, e riprendevo fiato riflettendo sul da farsi. La gamba d’appoggio tremava nello sforzo: E mi venne da ridere, pensando al verso di Dante, quando s’inerpicava sulle montagne infernali, “…si che il piè fermo sempre era l’ più basso…”. Intanto mi guardavo intorno per scorgere dove era meglio aggrapparsi per salire con più sicurezza. Udivo le folate della brezza fischiare contro gli speroni di roccia, e agghiacciarmi il sudore della fronte. Non si udiva altro rumore, né altro che non fosse di solitudine e di vento. Guardai con attenzione, ciò che mi sovrastava. In un lampo mi resi conto che non mancava molto per raggiungere una piccola balconata, ove mi sarei potuto rifocillare, prima di procedere per lo sforzo finale.
Facendomi forza, ripresi la salita, ma mi accorsi che il peso dello zaino non mi avrebbe consentito di poter andare su ancora per tanto, la zavorra sulla schiena mi era oramai insopportabile.
Il respiro affannato mi opprimeva il petto fino al punto di ferirmi i polmoni, con la loro imprescindibile necessità. Facendomi violenza superai alcuni appigli, e appoggiando finalmente il gomito alla balaustrata, guadagnai l’approdo sicuro.
Vinto quel pericolo, subito una nuova ansia mi agitò, quella di essere colto dal buio, prima di aver portato a termine il mio intento. Questa nuova angoscia mi fece ragionare, vedevo la cima della vetta, ancora lontana, pensai che con quel peso alla schiena non sarei riuscito a raggiungerla prima del buio. Così presi una decisione rapida: slacciai le fibbie e i cordoni dello zaino e cominciai a liberarmi del peso superfluo.
La prima cosa che gettai nel vuoto, furono le liti in famiglia, poi mi svincolai del dispiacere della morte della nonna, scaraventai nel baratro la separazione dei miei genitori, e giù anche la lunga malattia di mia madre, e in fine mi sciolsi dell’involto più voluminoso e pesante, i mille e mille disgusti della vita, scaricai quel fardello, facendolo ruzzolare giù per il dirupo. Cercai in fondo al sacco se vi fosse rimasto qualche altra cosa da buttare, vi era rimasto solo un picco involto di tela grezza, lo svolsi per conoscerne il contenuto: erano alcuni rari momenti di felicità, di cui non ricordavo più nemmeno l’esistenza.
Richiusi lo zaino, lo buttai sulle spalle riprendendo a salire, leggero e spensierato.
Cristiano 11-04-2009
Era già trascorsa la mattina da che avevo iniziato a salire, e il pomeriggio era imminente, la stanchezza era alle porte della debolezza.
Scalare una montagna, anche se di difficoltà media non è facile. Avendo trovato un appiglio sicuro, e riprendevo fiato riflettendo sul da farsi. La gamba d’appoggio tremava nello sforzo: E mi venne da ridere, pensando al verso di Dante, quando s’inerpicava sulle montagne infernali, “…si che il piè fermo sempre era l’ più basso…”. Intanto mi guardavo intorno per scorgere dove era meglio aggrapparsi per salire con più sicurezza. Udivo le folate della brezza fischiare contro gli speroni di roccia, e agghiacciarmi il sudore della fronte. Non si udiva altro rumore, né altro che non fosse di solitudine e di vento. Guardai con attenzione, ciò che mi sovrastava. In un lampo mi resi conto che non mancava molto per raggiungere una piccola balconata, ove mi sarei potuto rifocillare, prima di procedere per lo sforzo finale.
Facendomi forza, ripresi la salita, ma mi accorsi che il peso dello zaino non mi avrebbe consentito di poter andare su ancora per tanto, la zavorra sulla schiena mi era oramai insopportabile.
Il respiro affannato mi opprimeva il petto fino al punto di ferirmi i polmoni, con la loro imprescindibile necessità. Facendomi violenza superai alcuni appigli, e appoggiando finalmente il gomito alla balaustrata, guadagnai l’approdo sicuro.
Vinto quel pericolo, subito una nuova ansia mi agitò, quella di essere colto dal buio, prima di aver portato a termine il mio intento. Questa nuova angoscia mi fece ragionare, vedevo la cima della vetta, ancora lontana, pensai che con quel peso alla schiena non sarei riuscito a raggiungerla prima del buio. Così presi una decisione rapida: slacciai le fibbie e i cordoni dello zaino e cominciai a liberarmi del peso superfluo.
La prima cosa che gettai nel vuoto, furono le liti in famiglia, poi mi svincolai del dispiacere della morte della nonna, scaraventai nel baratro la separazione dei miei genitori, e giù anche la lunga malattia di mia madre, e in fine mi sciolsi dell’involto più voluminoso e pesante, i mille e mille disgusti della vita, scaricai quel fardello, facendolo ruzzolare giù per il dirupo. Cercai in fondo al sacco se vi fosse rimasto qualche altra cosa da buttare, vi era rimasto solo un picco involto di tela grezza, lo svolsi per conoscerne il contenuto: erano alcuni rari momenti di felicità, di cui non ricordavo più nemmeno l’esistenza.
Richiusi lo zaino, lo buttai sulle spalle riprendendo a salire, leggero e spensierato.
Cristiano 11-04-2009
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